Rossella Dosso

Originaria dall’Asia minore, la pianta del fico punteggia fin dal XII – XIII secolo l’italico paesaggio rurale. La sua capacità di adattamento spontaneo a qualunque terreno e quella di svilupparsi da sola o insieme ad altre colture, ne hanno favorito la propagazione un po’ ovunque: sui declivi dardeggiati dal sole e nelle ombreggiate scarpate, nei terreni sassosi e facendosi strada perfino tra le tortuose crepe dei muriccioli. Può resistere a ondate di freddo intenso, ma il suo habitat ottimale è il microclima temperato e semiarido, tra la zona costiera e la bassa montagna, ad altitudini comunque inferiori agli 800 metri, dove si sviluppa senza particolari cure a carico di chi vi beneficia del suo frutto carnoso.

Che in Friuli viene chiamato fic oppure , declinandosi al plurale in fîs, mentre nelle aree venetofone diventa figo. Ma per tutti è il frutto del figâr, l’albero dal quale i fichi si raccolgono con l’ingegnosa figarola, il lungo bastone in cima al quale è fissato un barattolo nel quale vi si fanno entrare, evitando che si spiaccichino a terra. In Friuli, quella del fico non è mai stata una coltura specializzata – racconta Enos Costantini, agronomo coi fiocchi – ma nel Goriziano, ai tempi in cui la frutticol-tura era uno dei motori dell’economia locale, da Gorizia, a metà luglio e fino alla prima decade di settembre del 1899, vi presero la strada dei mercati europei 311 quintali al prezzo di 9 fiorini al quintale. Ben più fiorente era la commercializzazione delle ciliegie che, a un prezzo medio di 20,50 fiorini, vennero esportate nella misura di 12 mila quintali. Per la cronaca, le pesche si vendevano al prezzo stellare di 31,50 fiorini, un po’ di più delle albicocche che ne valevano 31,00, mentre le mele e le prugne erano più a buon mercato dei fichi: rispettivamente a 6,50 e 8,50 fiorini al quin-tale.

Nel 1924, apprendiamo che da fine giugno a inizio ottobre furono esportati da Gorizia quasi duemila quintali di fichi al prezzo medio di 67 lire a quintale, mentre da Cormons partirono allo stessa quotazione 750 quintali di fichi freschi. Oggi, li troviamo dal fruttivendolo a circa 5/6 euro al chilo e la produzione è confinata in alcune piccole realtà agricole, a gestione soprattutto biologica, e naturalmente negli orti e nei giardini dove queste piante dalle palmate foglie soddisfano con i loro prelibati frutti le esigenze dell’autoconsumo familiare. Un bell’esempio di valorizzazione economica del frutto è quello del figo moro di Caneva, detto anche longhet per la sua forma allungata. Si tratta di una varietà unica, prodotta nella placida Pedemontana pordenonese e nel contermine comune trevigiano di Cordignano, le cui prime testimonianze risalgono ai tempi della Serenissima Re-pubblica veneziana, dove vi arrivava questo “frutto speciale che i porta quei di Caneva”. I coltivatori, riuniti in consorzio, sono all’incirca una cinquantina, e oltre alla commercializzazione svolgono un’attività di tutela, salvaguardia e valorizzazione di un prodotto talmente unico che, se piantato in altri terreni, produce dei fichi che sono solo parenti degli originali.

Oltre al consumo del prodotto fresco, i fichi vengono utilizzati nella preparazione delle confetture industriali e domestiche, mentre una buona fetta di mercato è occupata dai fichi essiccati, raccolti al giusto grado di maturazione e – secondo il procedimento più empirico – fatti essiccare al sole. Di recente il fico è entrato nelle cucine degli chef più blasonati, prestandosi ad abbinamenti gourmet, e nelle mense delle solerti massaie, dove il loro gusto zuccherino si sposa meravigliosamente ai formaggi saporiti e all’armonioso retrogusto del prosciutto crudo, meglio se proveniente dai nostri friulanissimi stabilimenti.

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