Gaia Gubellini
Marano è una chicca del nostro territorio, iconica per tradizioni di pesca e architettonicamente è come una piccola Venezia. 87 anni ben portati, a Bruno Rossetto Doria, pescatore per 80 e anche per anni vice presidente della Cooperativa Pescatori di San Vito, va il merito di aver mostrato la cultura di questo magico luogo tra mare e laguna, rivelandosi scrittore di romanzi e racconti di vita maranese in dialetto. In maranese ha tradotto parte della Bibbia e da anni collabora con la rivista padovana “Quattro ciacoe”.
Una decina sono i libri, “ Pescauri”, “San Vio el mejo santo che ga Dio”, “Savor de paluo”, poi racconti e un dizionario di vocaboli e parole maranesi. Come tutti i grandi che restano umili, Bruno confessa che la quinta elementare lo ha fatto sentire inadeguato per tutta la vita, eppure, le cose da raccontare erano belle e tante in questo angolo di paradiso, come lo definisce lui, così durante un periodo di malattia ha preso la penna in mano e non si è più fermato. Fantasioso, ma anche preciso e realistico, merita la proclamazione a scrittore naïf, con un linguaggio ingenuo, alternato al dialetto, che racconta saghe familiari, la fatica, l’amicizia, le due grandi guerre e i tentativi di emancipazione dei maranesi nel dopoguerra. Viene raccontata ogni tecnica di pesca: quella con la lampara, dove due piccole imbarcazioni si muovono fino a individuare il gruppo più numeroso di sardine, poi si intendono con dei gesti per dare il segnale all’imbarcazione grande affinché le circondi con la rete e raccolga il bottino, o la più faticosa, in laguna con le canne e i “grasiui”, che costringeva a stare nell’acqua fino alla vita per ore, di sera e al freddo, a far man bassa a bordo canale del pesce intrappolato. Affascinanti anche i racconti dei ragazzi che si immalinconivano a dover lasciare il paese per stare dal lunedì al sabato nei casoni, mentre il Maranese, barca a cinque remi, arrivava, imbarcava il pescato e ripartiva per arrivare al mercato in orario. In un romanzo intitolato “Refolo de bora”, Bruno offre ricordi storici: nello stabilimento Marruzzella, lavoravano 300 donne, lo stipendio era essenziale per il mantenimento della famiglia, dato che i mariti da novembre a marzo pescavano pochissimo, perché la laguna in quegli anni ghiacciava e le risorse calavano a picco. Il lavoro delle donne salvava dai debiti e dalla fame, ma gli orari erano massacranti, lo stipendio a cottimo e spesso subivano abusi dai colleghi maschi.
Ogni pezzo di laguna viene chiamato per nome, Verto dei bisati, Boca tre Canai, Taja Dussa, Cesareli, Cialisia, Biuni, Paluo de Mussana, grazie alla loro competenza alcuni pescatori hanno collaborato con il Genio Civile e hanno creato preziosi canali di collegamento, come quello di Carlino per raggiungere Porto Buso, senza dover fare spesso con la barca a remi il giro largo. Bruno è molto abile nei suoi scritti a
descrivere i sentimenti umani, la fatica, la solitudine, le convenzioni bigotte, la religione come interlocutrice alle mille domande che i protagonisti si tenevano nel cuore, per poca istruzione o per poca
abitudine a parlare. Alcuni sono anche racconti di fantasia come quella di Flip e Flap, due delfini furbi che scoprono che gli ultrasuoni inventati dall’uomo per spaventarli in realtà non nascondono alcun pericolo, così fanno disperare i pescatori infilandosi nelle reti, mangiando il pesce e poi rompendo le reti. Un mese fa sono stati pubblicati alcuni racconti di Bruno Rossetto “Doria”, in dialetto, sulla vita di Garibaldi ed è al lavoro con il progetto di tradurre parte della Divina Commedia. È stato invitato alle Università di Padova e di Udine ed è quindi una bella notizia scrivere che i giovani, oltre a divertirsi in spiaggia, conoscono la storia delle nostre coste e dei loro nonni.
