Robi Jakomin

Una varietà antica, resistente alla bora e alla pietra, ma rimasta a lungo ai margini, poco conosciuta, poco raccontata, quasi dimenticata. Prima di diventare
“regina del Carso”, prima di essere servita nei calici dei
degustatori, dei giornalisti, degli chef, dei ministri, dei sommelier e degli appassionati da tutto il mondo, la Vitovska ha dovuto attendere. Come spesso accade alle cose autentiche, non ha cercato scorciatoie: è rimasta lì, tra i muretti a secco, la terra rossa e gialla, il calcare e la bora, aspettando che qualcuno tornasse ad ascoltarla. La zona di produzione può essere letta attraverso due grandi paesaggi: il Carso, segnato da roccia affiorante, grotte, carsismo e poca terra rossa, un ambiente severo che dona ai vini mineralità, struttura, profumi intensi e longevità. Accanto a esso si estende l’area del Breg (comune di San Dorligo – Dolina) e di Muggia – Milje, dal margine del Carso alla costa, caratterizzata dal flysch e dalla terra gialla, da cui nascono vini dai colori decisi, complessi al naso, ricchi e capaci di durare nel tempo. Uno dei nomi che più di altri appartiene a questa rinascita è quello di Danilo Lupinc, tra i primi a credere davvero in questa varietà quando ancora non era una bandiera, ma una scommessa. A Prepotto – Praprot, già alla fine degli anni Sessanta, Lupinc volle piantare Vitovska accanto a Terrano e Malvasia, in un momento in cui il vitigno non godeva dell’attenzione di oggi e non era ancora pienamente riconosciuto come patrimonio da valorizzare. Il Primorski dnevnik ha ricordato proprio questa parabola: da varietà quasi sconosciuta a “kraljica”, regina dorata del Carso. La denominazione del vitigno è di origine slovena e deriva dalla parola “vitica” (viticcio dell’uva).
La storia ufficiale della viticoltura carsica contemporanea passa anche attraverso alcune date fondamentali. Nel 1985 viene istituita la denominazione di origine controllata “Carso”, con il relativo riconoscimento normativo della tradizione enologica della periferia di Trieste e del Carso. Nel 1993 nasce il Consorzio per la tutela della denominazione di origine controllata dei vini “Carso” – Konzorcij za zaščito kontroliranega porekla vin “Kras”, che riunisce produttori consapevoli della fatica richiesta da questa terra e della necessità di promuovere insieme ciò che singolarmente sarebbe stato molto difficile far emergere. Tra le prime iniziative di rilievo si ricordano Enocarso–Enokras, organizzate a metà degli anni Novanta del secolo scorso. Furono appuntamenti nati da un’intuizione dell’allora presidente Edi Kante e ospitati prima al Castello di Duino e poi al Castello di San Giusto, a Trieste: esperienze pionieristiche, capaci di anticipare quello che, alcuni anni più tardi, sarebbe diventato Mare e Vitovska in Morje. Già alla prima edizione di Enocarso furono ospiti due protagonisti assoluti della cultura enogastronomica nazionale e internazionale: Luigi Veronelli, giornalista, scrittore e raffinato interprete del vino italiano, e Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e voce tra le più autorevoli nella valorizzazione delle culture del cibo e dei territori. Da lì, lentamente, prende forma una consapevolezza nuova. Il Carso non è più soltanto un territorio difficile, di aziende piccole, vigne frammentate e produzioni limitate. Diventa un racconto. E la Vitovska, da vino di casa e di confine, diventa il filo narrativo capace di unire mare e altipiano, Italia e Slovenia, cucina e paesaggio, tradizione contadina e ambizione culturale.
Quando nasce Mare e Vitovska in Morje — e la leggenda vuole che la felice intuizione del nome sia venuta al vignaiolo Benjamin Zidarich — l’idea è semplice e potente: non raccontare soltanto un vino, ma costruire attorno alla Vitovska un’esperienza capace di unire calice, paesaggio, cucina e identità. Il nome stesso è già una dichiarazione poetica: il mare davanti, la pietra alle spalle, il Carso nel mezzo. Il Castello di Duino diventa presto il palcoscenico naturale di questa narrazione. Non un luogo qualsiasi, ma una location simbolica, sospesa tra la roccia e l’Adriatico, con lo sguardo aperto verso Slovenia, Croazia e Alpi Giulie. Ancora oggi la manifestazione viene presentata come l’appuntamento annuale dedicato al vitigno autoctono più celebre del Carso triestino, goriziano e sloveno,
organizzato dall’Associazione dei Viticoltori del Carso – Društvo Vinogradnikov s Krasa insieme ai ristoratori del territorio. Negli anni, la rassegna cresce senza perdere la propria misura. Rimane una festa di territorio, ma comincia ad attirare attenzione nazionale e internazionale. Nel 2015, alla nona edizione, il quotidiano locale Il Piccolo descriveva già una manifestazione capace di camminare con passo sicuro: 65 tra viticoltori e ristoratori italiani e sloveni coinvolti, e un programma costruito attorno a convegni, degustazioni e momenti d’incontro. Ma soprattutto emergeva già un segnale importante: la Vitovska
non era più un vino da spiegare soltanto agli amici; era entrata in un discorso più ampio sul futuro della viticoltura, sui giovani produttori, sulla promozione e sulla capacità del Carso di presentarsi fuori dai propri confini.
Il decimo anniversario, nel 2016, segna un passaggio quasi simbolico. Il Piccolo lo definì il “compleanno speciale” della
Vitovska: dieci anni consecutivi di presenza sul territorio, quasi sempre al Castello di Duino (con due parentesi presso la ex pescheria centrale di Trieste, oggi conosciuta come Salone degli Incanti). In quell’edizione compaiono nomi capaci di dare alla piccola realtà carsica una risonanza ben più ampia: la chef stellata Antonia Klugmann, il gastronauta del Sole 24 Ore Davide Paolini, il giornalista e autore Luciano Pignataro e il vicepresidente di Slow Food Lorenzo Berlendis. È qui che il racconto cambia scala: una manifestazione nata da produttori di un territorio piccolo riesce a portare sul Carso personalità della cucina, del giornalismo, del vino e delle istituzioni. Questa è forse la forza più grande di Mare e Vitovska in Morje: aver dimostrato che una piccola comunità, quando ha un’identità chiara, può generare attenzione, relazioni e reputazione. Non servono grandi numeri per diventare riconoscibili. Servono coerenza, qualità, continuità. La Vitovska è diventata così non soltanto un vino, ma una chiave per parlare del Carso: della sua agricoltura di resistenza, delle sue aziende familiari, della sua identità slovena, capace di dialogare con la cultura italiana e
di trasformare il confine in uno spazio di incontro, racconto e condivisione, del rapporto tra cucina di mare e cucina di terra, tra osmize, ristoranti, vigneti e borghi.
Nel 2018 la rassegna sente il bisogno di riflettere, guardarsi alle spalle e interrogarsi sul cammino compiuto. Lo fa con l’incontro “La Vitovska. Storia e tradizione per comprendere il presente e guardare al futuro”, un titolo che sembra racchiudere l’essenza stessa della manifestazione: custodire la memoria per trasformarla in visione.
Al fianco dei produttori carsici, tra cui Matej Skerlj, presidente dell’Associazione Viticoltori del Carso – Društvo vinogradnikov s Krasa, prendono la parola anche figure autorevoli del mondo del vino e della cultura enogastronomica: Daniele Cernilli, giornalista
enogastronomico, e Davide Rampello, docente del Politecnico di Milano e noto volto televisivo.
Nel 2021, dopo la frattura della pandemia, la manifestazione
assume anche un valore di ripartenza. La quindicesima edizione viene costruita attorno agli autoctoni come base per il futuro. Ospite d’eccezione è il ministro di allora dell’agricoltura Stefano Patuanelli, che sostiene pubblicamente gli sforzi per la tutela della Vitovska come varietà autoctona. Il messaggio è chiaro: la biodiversità viticola non è folklore, ma patrimonio culturale, biologico ed economico. La Vitovska, che per decenni aveva
atteso il proprio riconoscimento, diventa il simbolo di un modo diverso di intendere il futuro: non inseguire mode, ma ripartire dalle radici.
Negli anni successivi Mare e Vitovska in Morje continua ad allargare il proprio orizzonte. L’evento oltre ad accogliere produttori del Carso triestino, del Carso sloveno e ospiti da altre regioni italiane, accanto ai banchi d’assaggio crescono le degustazioni guidate, le cene di benvenuto, le passeggiate in vigna, gli incontri culturali. La diciottesima edizione, nel 2024, viene raccontata come un appuntamento ormai cosmopolita e internazionale, con il Castello di Duino affacciato sul mare e un programma che unisce vino, gastronomia, cammini e riflessione. Ospite principale del convegno è Oscar Farinetti, fondatore di Eataly, chiamato a ragionare su una domanda centrale: se sia l’origine a creare il prodotto o il prodotto a creare l’origine. Nel 2025, alla diciannovesima edizione, il tema scelto è quasi un manifesto: “Affrettarsi lentamente”. La Vitovska viene messa alla prova del tempo, con vecchie annate e domande sulle nuove sfide del futuro. Intervengono Federico Varazi, vicepresidente di Slow
Food Italia, Fabrizio Gallino, consigliere della Banca del Vino e collaboratore di Slow Wine, e il giornalista Stefano Cosma. È un titolo che sembra scritto per il Carso stesso: affrettarsi lentamente, cioè crescere senza tradirsi, diventare più visibili senza perdere profondità, aprirsi al mondo restando fedeli alla terra da cui si viene.
E così si arriva al 2026, alla ventesima edizione. Vent’anni non sono soltanto una ricorrenza. Sono la prova che un’intuizione territoriale può diventare tradizione contemporanea. Mare e Vitovska in Morje ha accompagnato la crescita di un vitigno, ma anche quella di una comunità di produttori che ha imparato a raccontarsi insieme. Ha portato a Duino giornalisti, chef, sommelier, ministri, imprenditori, rappresentanti di Slow Food e di altre associazioni che si occupano di raccontare il vino, esperti
e appassionati. Ha trasformato una varietà quasi dimenticata in un simbolo riconoscibile. Ha reso il Carso non una periferia del vino, ma un luogo da cercare.
Oggi la Vitovska non deve più chiedere permesso. Sta nel calice con eleganza, sapidità e carattere, raccontando un territorio che non ha mai avuto bisogno di essere grande per essere importante. Mare e Vitovska in Morje, in questi vent’anni, ha fatto esattamente questo: ha dato voce a una terra piccola solo sulla carta, ma capace di portare nel mondo una storia di pietra, mare, vento e tenacia. Una storia cominciata ieri, quando la Vitovska era quasi dimenticata, e arrivata a oggi, quando il Carso
può finalmente brindare alla sua Regina.