Claudio Fabbro

È forse il Limberger? L’origine però non è molto chiara. È coltivato in Germania, Austria ed in Croazia; esiste in quest’ultima regione la Città di Limberg da cui, secondo Guido Poggi (Atlante ampelografico, 1939, tav. di Tiburzio Donadon) potrebbe derivare. Viene anche chiamato Franconien bleu, in tal caso ci riferiamo alla Vallata superiore del Meno, in Germania, denominata Franken da cui il nome di Franconia col quale lo si designa comunemente anche in Friuli. In provincia di Udine si è diffuso negli anni ’30 dapprima nei mandamenti di Cervignano e Palmanova ed ora è coltivato un po’ dappertutto. Basti pensare che nel 1934 vennero prodotti in provincia di Udine, comprensiva allora del Pordenonese, 61.900 Hl. di Merlot, 30.900 di Franconia, 24.700 di Riesling italico e 14.500 di Tocai. Pertanto il Franconia era allora la seconda varietà coltivata in Friuli!

Il Poggi osservò che “la Commissione Internazionale Ampelografica al Congresso di Colmar nel 1875, ammise per il vitigno il nome principale di Blaufränkisch. In Francia il vino lo si giudica forse superiore al Gamay. In Friuli Venezia Giulia ha incontrato il favore dei viticoltori perchè matura presto ed è quindi prontamente commerciabile; fatto questo di considerevole importanza in Friuli e nell’Isontino dove le richieste di vini sono sensibili subito dopo la vendemmia per l’esaurimento dei prodotti dell’annata precedente e la crescente curiosità per quelli nuovi (che nulla hanno però a vedere con i novelli).

Il vino, se ben fatto, si presenta brillante con un leggero, speciale profumo di frutti di bosco freschi ed è bene accetto dai consumatori. Ciò non deve però far credere che una larga diffusione del Blaufränkisch sia raccomandabile a scapito di altre varietà di merito come il Refosco, il Merlot ed i Cabernet”. Concludeva il Poggi: “e gli stessi viticoltori che, del resto sono sempre buoni giudici, non lo pongono certamente ai primi posti nella ricostituzione viticola sempre in atto: ragione per la quale il vitigno se in talune località ha particolare e preminente importanza per la produzione di tipi da tavola si ritiene però che verrà sempre coltivato su scala molto limitata”.

Non a caso l’unica DOC regionale a prevederne la coltivazione è la Friuli Isonzo in cui, proprio al centro, troviamo Corona, frazione rurale della Città del Vino Mariano del Friuli.

Fra il 1866 e la Prima Guerra Mondiale, periodo in cui l’Isontino faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico, Riesling italico (Welschriesling), Sylvaner e Blaufränkisch, proposti dall’Istituto di Viticoltura di Klosterneuburg bei Wien, si diffusero alquanto nel territorio. Curioso che tali varietà sconfinassero dal Friuli austriaco verso il Friuli italiano.

Nell’Ampelografia del Friuli, maggio 1923, Norberto Marzotto cita pure il Blaufränkisch, ma quale sinonimo del “Portoghese nero”. Incuriositi dalle vicende storiche sul vitigno in questione, praticamente scomparso, abbiamo voluto effettuare un supplemento d’indagine, quantomeno nell’area già compresa nell’Impero A.U. Esiste in Gorizia, all’altezza di Via Rafut e via Favetti, una via denominata proprio Franconia! Trattasi probabilmente dell’unica via cittadina dedicata ad un vino e se tale scelta fu fatta un motivo deve esserci stato. D’altra parte la NIZZA D’AUSTRIA (così rinominata nel 1867 da Carl von Czoernig, secondo il quale il microclima goriziano era di certo preferibile a quello viennese) contava non poco, per gli Asburgo e dintorni, a cavallo fra il XIX e XX secolo ed il collegamento con Scuole Enologiche austriache e tedesche era molto forte.

NADALI, CUSTODI DEL FRANCONIA DI CORONA DAL 1923

È un vino di colore rosso rubino vivo, odore vinoso con profumo caratteristico, asciutto, tannico, fresco, sapido, non molto alcolico, mediamente di corpo abbastanza armonico. Si sposa bene con grigliate di carne e selvaggina. Ma meglio ancora, come abbiamo avuto modo di constatare di persona All’agriturismo Nadali di Corona, abbinato a cotechino (muset) con brovada, salame nell’aceto, avicunicoli ruspanti, insaccati ed affettati vari da maiale domestico, formaggi di media stagionatura ed altro ancora.

Lavorando in profondità i terreni ghiaiosi di Corona evidenziano una vocazione enoica fortissima per componenti fisico-chimiche e podologiche originate dai secolari spostamenti di letto dell’Isonzo.

Così è che davanti ad un magnun di Franconia crù Corona, vendemmia 2023, Alberto Nadali racconta. «Fu quel risarcimento – correva l’anno 1922 – che il Governo concesse a Luigi Nadali per compensare, in parte, i danni dei bombardamenti, che gli permise di affrancarsi dalla mezzadria.

Il 23 dicembre 1923 il Commissario Prefettizio del Comune di Corona lo autorizzò a vendere i vini prodotti nei propri fondi, pari a 30 ettolitri, in mesi tre». E da allora il vino bandiera divenne proprio il Franconia! Luigi trasferì la sua passione al figlio Guerrino, con cui l’azienda Nadali prese corpo rilanciando allevamenti e coltivazioni, reggendo bene l’urto del secondo conflitto.

«Nel 1953 mio padre Ilvo – ricorda Alberto – lasciò Corona con un contratto forte in mano, a soli 18 anni d’età, confermando la bontà del vivaio calcistico friulano in generale ed isontino in particolare. Dieci anni di brillante professionismo, una saggezza contadina mai persa di vista, ed infine anche per Ilvo venne il momento d’appendere le scarpette al chiodo. L’amore per la vita di campagna riprese il sopravvento.

Furono quei risparmi, sudati alquanto, che gli permisero di creare, insieme a mamma Nives (che nasce Visintin ed ha le classiche mani d’oro, sia in campagna che in cucina..) un’azienda modello la cui affermazione avvenne comunque agli inizi degli anni ‘90, quando mio fratello Massimo (enotecnico) ed io (perito agrario) abbiamo deciso di trasferire nell’azienda di Famiglia l’esperienza maturata tra i banchi di scuola.

Sistemate le vigne, abbiamo creato ex novo una cantina funzionale, moderna, dimensionata sulla base della produzione. Molte vasche inox per i bianchi e, per i rossi, grandi botti di rovere di Slavonia e barrique quanto basta per rossi meritevoli d’entrarci, secondo le annate.

Nelle vigne si applicano criteri di difesa integrata a basso impatto ambientale.

Anche perché il primo banco di prova è l’agriturismo adiacente la cantina, dove gli appassionati di un certo tipo di cucina contadina genuina e ruspante, intimamente legata al ritmo stagionale degli orti ma anche ai segreti della norcineria, può godersi quelle pietanze dai sapori tradizionali che, con i buoni consigli di mamma Nives, io e Chiara sappiamo preparare».

Purtroppo il destino ha portato via alla famiglia Nadali sia papà Ilvo (nel 2024, dopo una vita dedicata all’azienda ma anche alle Istituzioni, Cooperazione ed Associazioni agricole) che, prematuramente, Massimo (2022).

Alberto, con coraggio ed in continuità, con la forza che gli deriva da una famiglia unita, è oggi il custode di un secolo di storia che piace portare ad esempio.

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