BUFFET DA PEPI
una Trieste che ti aspetti e ritrovi
Di Silvia Marcolini

Siamo a Trieste, in un luogo come molti che fanno da spalla al proscenio degli incombenti e maestosi palazzi riconoscibili nei loro caratteristici apparati. In un dietro le quinte sempre frenetico e brulicante, alla fine di via Cassa di Risparmio, dove il cammino si restringe prima di aprire la vista allo slargo di Piazza della Borsa. Siamo nel ventre contorto di una città che di storia ne ha trattenuta molta, guidati in un camminamento obbligato, compresso da due locali che costringono allo strozzo. Sono proprio dirimpetto, entrambi dichiarati dai posti a sedere disposti sul passaggio, come molto spesso succede qui. Dei due, uno dura da più tempo ed è quello che oggi meno appare, coperto com’è dal palcoscenico spettinato di tubi innocenti e teli di plastica bianchi necessitati dalla ristrutturazione delle facciate. Ma non importa, tutti sanno quale è la via per entrare e tutti conoscono il suo nome. Buffet da Pepi si legge sulle tendine all’uncinetto che ornano la luce delle porte di accesso e che servono a guidare i curiosi che si interrogano su uno dei locali storici più noti della città. L’afflusso continuo e la fila sulla strada all’ora di punta dimostrano che la tradizione si conquista con la continuità nel tempo. È lì dal 1897 questo locale navigato, noto ai più con il soprannome di chi lo ha condotto nel passato: Pepi S’Ciavo, lo Sloveno. Un porto di mare in terra, in fondo in fondo, un approdo comune in una città davvero mitteleuropea. Offre cibi della cultura austro-ungarica, in particolare il maiale bollito, insieme ad altre portate che ben rappresentano una delle anime di questa città stratificata ed unica non solo in regione...

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